Il sogno di Marja

Chiudo gli occhi e sento le esplosioni, le sirene, l’avvicinarsi del pericolo. Vedo i bagliori delle granate e capisco le distanze dell’attacco, della fuga. Come quando ero bambina la paura mi sorprende quasi ogni notte, riducendomi a lottare per rinviare i sogni, per prendermi una tregua. Attendo, oggi come allora, che la stanchezza scenda per poter sprofondare nel sonno turbato: una altalena di sogni e dormiveglia, sapendo che gli incubi sono pronti ad animarsi nel brutto film di sempre, dove scappo con la mia famiglia. La pellicola è violenta, piena di mostri che devastano la mia terra, la mia gente, il mio essere bambina, iniettando dentro di me un dolore che non sparirà mai. Vorrei fare un clic sul file del Vietnam 1970 e cancellare gli odori della paura, del sudore, degli escrementi, della guerra. Cancellare la mia memoria che non tace mai, specialmente ora che ho l’urgenza di scrivere. DEVO scrivere di quegli anni, di quello che ricordo e che è storia da tramandare alle mie figlie. La mia eredità senza dote, unico scrigno della mia vita. Corro, ma non so perché sto correndo, la fatica è più grande di me. Piango. Altro pianto è attorno, sono stanca, ho fame, sete, tutto è pesante. Sto male. Devo correre, tutti corriamo. Sono nata scappando, ma questa è una corsa diversa, è la fine…

Ho cominciato a correre nel ventre di mia madre nel 1969. Lei correva proteggendosi il ventre, mi chiamò Thyu “mi manchi”. Lei doveva morire e io con lei, ma mio padre scambiò le nostre vite con tre camion di armi. Non so da dove venisse quella mercanzia, sono certa che sangue e dolore ne furono il prezzo. Mio padre era un esperto della guerriglia e conosceva il territorio, sapeva come sfiancare il nemico fosse esso viet, americano o cinese. Era in Vietnam dagli anni ’50, aveva imparato il mestiere di dare morte nella legione straniera. Dall’operazione Castor seppe trarre profitto. Vendeva e ricomprava le merci della guerra e non importava chi gliele chiedesse poiché doveva mantenere una moglie che amava e tanti figli quante sono le dita delle mani. Nei miei ricordi, correre era ciò che facevamo tutti i giorni, perché se non correvi eri morto. Per ogni bambino correre, nascondersi significa giocare. Il nascondino è il gioco di tutti i bambini del mondo, fuorché per Marlen, la mia sorella persa. Le nostre giornate trascorrevano tra un bagno nel Mekong e i giochi, cercando di evitare di saltare in aria o ferirci con i pezzi che gli americani abbandonavano lungo le strade.

Al primo segnale di pericolo si doveva nascondersi, scappare. Temevo tutto ciò che accadeva intorno a me. Speravo ogni giorno che accadesse una magìa, una di quelle che solo i bambini riescono a creare nel loro animo. Incominciai a sperare che si avverasse dopo aver visto un film rubato ad un campo americano: “L’eterna giovinezza”. Narrava di un uomo che sarebbe rimasto sempre bambino se avesse trovato le tre chiavi rinchiuse in tre torri al di là delle sette foreste. Le chiavi riunite avrebbero controllato l’orologio del tempo, quello che permetteva di restare sempre fanciulli. Era tutto ciò che desideravo anch’io, rimanere piccola in un mondo solo mio e non accettare ciò che vedevano i miei occhi. Poco dopo che mio padre ci aveva allontanato da quel cinema improvvisato, un attacco di razzi lo colpì, tranciando le gambe a molti bambini. Nel sogno di oggi c’è quel film, ma anche l’aereo che corre sulla pista e si alza con scossoni che ci fanno abbracciare gli uni agli altri urlando. È il mostro che ci porterà fuori dal Vietnam. A questo punto comincia l’incubo e l’urlo che mi esplode in bocca non calma il dolore. Urlo e mi sveglio con la testa che scoppia. Sogno sempre, anche quando sbuccio le patate per fare gli gnocchi alle ragazze. Proietto il mio film ambientato in quei sentieri, tra quegli alberi. Sento sulla pelle l’umidità che mi fiacca come la fatica più grande. E mio padre e mia madre sono là. Vedo mia madre e le sue sorelle. Era molto bella mamma. Aveva una bravura speciale a trattare con americani, francesi, vietnamiti. Con le zie aveva aperto una casa da gioco. Tenevano spettacoli e, servendo molto liquore, s’infiltravano tra i soldati. L’alcool ingollato senza misura era un ottimo alleato per avere informazioni che si potevano vendere o utilizzare nelle rappresaglie. Quelle donne, militanti nello esercito dei ”lunghi capelli” avevano lo scopo di aiutare le famiglie colpite dagli orrori della guerra. Lavorava molto per la resistenza mia madre. Con mio padre andava nelle foreste per addestrarsi al combattimento con le armi. Diceva a noi figli che se volevamo essere guerriglieri dovevamo lavorare sodo per non temere la paura! E mentre loro erano lontani, se scattavano gli allarmi, le sirene, noi bambini rimanevamo affidati agli adulti. Al primo segnale di pericolo, si abbandonava tutto quello che si stava facendo per rifugiarsi sotto terra. Così, nei giorni che passavamo seppelliti sotto i piedi dei soldati venuti per ammazzare, per farci passare la paura e per non piangere, scavavamo dei buchi nella terra del bunker.

La partenza - Nel mio sogno arriva sempre il dolore della partenza a spaccarmi in due come una canna del Mekong. Siamo all’aeroporto e la mia famiglia riesce a varcare i cancelli. Filo spinato ovunque. Un fiume di persone avanza in direzione dell’aereo. I soldati urlano: “Go, go”. Poi l’imbarco viene bloccato e i militari allontanano coi fucili i disperati che sognano di partire. Mia sorella Marlen rimane a terra. Urla con tutta la sua forza e il suo urlo lo porto dentro di me come la sirena che avvisava i bombardamenti. Le sue parole le ricordo così: “Ong thay (sovrano, padre mio), mea mea, (mamma) tornate indietro”. Grida, conficcando le mani nel filo spinato, il sangue cola sulle maniche del vestito e le sfigura il volto. Tentiamo di raggiungerla, ma i soldati puntano i fucili e sparano in aria respingendo chiunque. Marlen continua a gridare: “Non lasciatemi, prendetemi!” Sono queste parole l’ultimo ricordo di mia sorella, quindicenne dal corpo minuto, con un grande cappello di paglia a cono legato sotto il mento. Poi un muro di lacrime e urla tra noi. Fummo spinti dentro l’aereo e corremmo agli oblò per vederla, ma il caos l’inghiottì. Ci parve che i soldati sparassero sulla folla e solo per un attimo intravidi un cappello tra la folla. L’aereo si mosse lungo la pista fino a sollevarsi in aria. Provavo e provo un intenso dolore per non aver portato con me Marlen e tutti i miei amici, ma ero piccola, senza magìa, impotente di fronte ad un male così grande. Il sogno continua. Sono in una stanza dove parlo ad un donna girata di spalle. Vorrei che fosse la mia sorella perduta. Cerco una prova e la prego di farmi vedere il suo volto, le mani o di provare il cappello di paglia che indossa. Lei non risponde e se ne va, prendendo per mano le mie figlie. Mi sveglio, ritrovando il doloroso vuoto che ben conosco.

Con le mie figlie ho scritto questa canzone:

“L’ultima volta che ti vidi, Marlen sorella cara, non lo sapevo che saremmo morte insieme quel giorno. Dopo tanto tempo la tua immagine riaffiora là, aggrappata al reticolato. Quando un abbraccio tra noi? Ricordo il riso che non mangiavi per offrirlo ad altri. E la tua presenza a difesa della mia paura che non passava mai. Mi manchi. Vorrei non essere mai nata nella nostra terra, ma non posso perderla. Perderei anche te”.

Questo è ciò che è rimasto di Marja Thyu dopo la partenza. A volte mi sembra di essere condannata a trasmettere il mio stato d’animo alle ragazze, quasi si trattasse di una malattia. Tutto ciò influisce sugli aspetti della mia vita. Parlo dei “no” che ricevo per trovare un lavoro decente che non arriva mai, forse perché ho gli occhi a mandorla. Poi la paura di non essere una buona madre. Insicurezza e cedimenti mi fanno rivivere paure più grandi. Per tanto tempo ho sentito di essere nessuno, di arrivare dalla terra di nessuno, di appartenere a nessuno. Oggi in Italia, come in Vietnam allora, si tratta di evitare la morte. In altre forme, a piccole dosi, ma è sempre lotta per esistere. Con le mie due cucciole mi faccio forza: la nostra vita difficile ci piace anche se richiede più sforzo. Ma dobbiamo allenarci per recuperare una Marlen persa chissà dove. Per trovare un modo. “Per”.

PER

scritto da Gilda Pozzati


Marja vuole raccontare la sua storia. Ora, subito, riordinando date e avvenimenti. Le sue parole sono nutrite da ricordi inarrestabili e mi trascina nell’operazione dell’ascolto. È una corsa di eventi forti, dove il senso della vita ha un gusto che non conosco. La sua urgenza mi contagia, anch’io sento la necessità di fare ordine nei suoi racconti, mettendo le parole bene in fila come si fa a primavera coi vasi di gerani sul balcone.
Sono la maestra di sua figlia. Una mattina di settembre, nella scuola dell’infanzia dove lavoro, Marja mi adagia tra le braccia una bimbetta lentigginosa, capelli chiari, contorti in innumerevoli treccine afro, e le sussurra: “Sirya, devi imparare a stare qui con lei.” Indica me con un gesto lento. “Vengo a prenderti dopo il cappello.”
Sirja ed io la guardiamo allontanarsi, avvolta nei suoi vestiti larghi, colorati, preoccupate di rispettare una consegna che nessuna delle due ha capito bene. Io per Sirya diventerò la scuola, lei e la sua mamma saranno per me una famiglia allungata.
C’è anche Nicole, la sorellona di dieci anni. Tre piccole donne, artiste di strada, che per sopravvivere inventano danze, costruiscono oggetti rianimando bottiglie di plastica, raccontano fiabe che nessuno ricorda più. Marja si esibisce con le figlie nelle piazze, nelle sagre di paese, su di un palcoscenico grande quanto un cartone da imballaggio allargato col cutter. Come paravento usano un telo pieno di pinze da bucato e magliette sgargianti. Musica clonata accompagna il movimento dei corpi educati a danzare col fuoco e a contorcersi armoniosamente. Poi il cappello. Un berrettino di tela gialla, disegnato da Syria e Nicole, che non si riempie mai abbastanza per...
Quando uscì dal Vietnam, Marja aveva sei anni, otto fratelli, una madre militante nell’esercito dei lunghi capelli e un padre prima legionario, poi mercenario nel sud est asiatico per oltre vent’anni.

Dopo l’approdo in Italia, segnato da una sequela di disavventure, Luigi pensa di riparare con la sua gente in Valle d’Aosta, dai parenti che lo credevano morto, e invece un giorno se lo ritrovano davanti, con quel seguito improbabile...
Marja cresce in fretta, adattandosi al freddo della montagna, alla fontina, al pane nero. La madre, invece, soffre di grigiore. Il freddo a cui non è abituata si abbatte sul suo corpo, la rattrappisce. Lei, addestrata alla guerriglia, capace di affrontare uomini grandi come alberi, è presa da un nemico invisibile che le distrugge l’anima. Il lavoro nella casa del vecchio suocero la isola e non le permette d’imparare le parole del nuovo mondo. Un silenzio gelato ed estraneo la schiaccia. Presto il marito e i figli useranno la nuova lingua a cui lei non si abitua: le sembrerà un tradimento. Pure Luigi, il padre di Marja, è confuso. Smagrisce. Si occupa dei figli, per lui quasi sconosciuti, applicando assurde regole di guerra. Usa disporli in riga, urlando ordini fuori luogo nella nuova vita. I ragazzi gli sfuggono. Escono, non si fanno trovare. Luigi non si rassegna. Undici bocche da sfamare, senza avere in cambio la devozione, lo fanno impazzire. Si sfoga con Marja, che diventa il bersaglio del suo furore. I parenti valdostani sono un ulteriore problema, che Luigi affronta in modo drastico, da soldato, e ne ottiene l’allontanamento senza appello.
“Chi è questo straniero che pretende di comandare?” Sicché lo mettono da parte, o raramente dispongono di lui per lavori di fatica, ricompensandolo con zuppe allungate che lo avviliscono. Ridotto a ombra maligna di se stesso, non sente sangue in nessun angolo del suo corpo, solo qualche tempo prima arma di combattimento per chi lo pagava in modo conveniente. Se in Vietnam la moglie, gravida di Marja, non fosse stata arrestata... se non ci fosse stata l’impellenza di trovare materiale appetibile per il riscatto... non ci sarebbe stato bisogno di scappare. In Vietnam tutti loro sarebbero stati meglio. Il commercio e la casa da gioco rendevano bene, ma sua moglie e le sorelle avevano voluto strafare e gli americani si erano risentiti, imprigionandole senza tanti complimenti. Non avevano voluto saperne della gravidanza, dicevano che le donne viet erano coniglie sempre pregne.
Le donne avevano rubato denaro agli ufficiali, ora gli americani lo volevano indietro e chiedevano anche tre camion di armi. Luigi aveva accettato. Qualcuno era morto per mano sua. Sottrarre armi all’esercito Vietcong, contando esclusivamente sulla propria abilità e sulla forza fisica, aveva significato ammazzare, tradire, fuggire tra la polvere e gli scoppi delle mitraglie, con la moglie che aveva partorito Marja da poche ore.
Ora Luigi guarda la figlia e si accorge che non assomiglia più a quel fagottino morbido, venuto al mondo durante un’azione di guerra. Marja sta cambiando: è bella, sveglia, impara lesta e fa gola. Gli uomini la guardano già in un certo modo. E’ questione di tempo e gli tornerà a casa ingravidata. Per il bene di tutti conviene cacciarla. Nella loro casa non c’è posto per altri. Marja, a quattordici anni, comincia a vivere per strada nei cartoni. Frequenta sbandati. Gli uomini le danno la caccia, le donne la proteggono. Danza per allontanare un sogno che la tormenta e il fuoco del falò, prezioso compagno della sera, diventa conoscenza, agilità, arte.
Se non fosse per quel sogno che l’insegue, andrebbe bene anche così. Ogni volta che s’addormenta, le grida di Marlen, la sorella rimasta sulla pista dell’aeroporto di Ho Chi Min city la svegliano, e il cuore sembra esplodere contro le costole.
Il sogno terrificante si ripete. Marlen vuole salvezza. Le immagini sono sempre uguali: pochi passi tra loro, un reticolato, soldati ovunque, spinte, urla. L’aereo pronto sulla pista, stracci umani da tutte le parti, fetore, occhi sbarrati, automi che corrono via dalle bombe, dal gas, dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza. I cancelli si chiudono, l’aereo lentamente prende a muoversi e le grida degli abbandonati coprono il rumore dei motori. Il padre, la madre, dentro all’aereo, piantano le unghie nel metallo per fare posto alla figlia quindicenne, per prendere anche Marlen. “Per”.

Poi, città sorvolate di notte con colori e luci che si accendono come bombe, atterraggi tra persone che li respingono, perché Luigi e la sua famiglia non risultano in nessun elenco. Non sono attesi. Era andata proprio così. La Legione non si ricordava di Luigi, non risultava registrato. Poiché aveva dichiarato di essere italiano, furono spediti a Roma, al consolato.
E’ la vigilia di Natale del 1975. Gli uffici chiudono uno dopo l’altro, delegando al custode la salvaguardia di quella tribù fuori luogo e fuori tempo. Altroché pensione, sicurezza economica per il legionario aostano! Per due giorni vivono delle caramelle trovate nei cassetti delle scrivanie e di mezzo pollo offerto dal custode. Poi Luigi decide, sfondando una porta, di far ritorno in Val D’Aosta. Suo padre riconosce faticosamente, in quell’estraneo, il figlio che non vedeva da più di vent’anni. Così Marlen è persa per sempre. Marja ora sa cosa fare. Percorrerà la strada all’indietro, troverà la sorella. Tornerà in Vietnam per riprenderla. Lo racconta a tutti per convincersi e darsi coraggio. “Per”.
Angel s’innamora di Marja, dagli occhi obliqui e dalla pelle splendente. Sa del suo sogno di tornare in Vietnam, ma non lo considera importante. La vuole e decide di stare con lei, a dispetto della sua famiglia, che li emargina: tutto gli pare sopportabile, al riparo della sua passione. Nasce Nicole e l’amore per la figlia riapre in Marja il tormento per la sorella perduta. Angel è irremovibile: nessun Vietnam. Marja sente di potersi occupare di altri bambini oltre alla figlia. Coinvolge Angel nell’affido di una ragazzina che le ricorda Marlen. Nel giro di poco l’affido si triplica, poiché la nuova Marlen ha altri fratelli in comunità e Marja si strugge per la loro sorte. Angel cede, ma poi non regge e s’innamora di un’altra. Caccia tutti e non si farà mai più vedere. Marja, Nicole e i nuovi bambini sono per strada. Ricomincia l’arte di sopravvivere, conquistando spiccioli per il cibo, per i vestiti, per un altro giorno. “ Per ”...

Marja si presenta puntuale alle verifiche dei servizi sociali: morirebbe piuttosto di rinunciare ai ragazzini. Non chiederà aiuto a nessuno. Fa sue le fiere, le feste di paese. Si sposta in treno, nascosta nei bagni; i bambini la seguono, l’aiutano. Con i ricavi affittano una casa.
Marlen è sempre lì e Marja pensa che il sogno è il suo destino. Sirya arriva in un momento di scoramento, con il bisogno di stare tra le braccia di un uomo, che non si fermerà con loro. Accade pure che la famiglia d’origine dei ragazzi in affidamento se li riprenda. Marja diventa una tuttofare e si adatta a qualsiasi lavoro. Continua a ballare nelle sagre paesane, aiutata da Nicole. Nel cappello cadono rare monete, ma tutto aiuta.
Marja da poco ha trovato un mezzo lavoro. Con quel che guadagna fa miracoli a tirare avanti. Rincorre il suo sogno. Spera di partire presto, anche se lucidamente riconosce che l’impresa è improbabile. Le ragazze le promettono che l’accompagneranno. Lo dice Nicole convinta, ma intanto tiene in mano il telefonino che vibra in continuazione, mentre Sirya ha un’agenda sportiva piena di impegni.
Non so se Marlen è viva e se Marja un giorno riuscirà a ritrovarla. Mi piace pensarla come una signora sorridente, attorniata da un bel po’ di nipotini.

Alla ricerca della mia identità fra quella polvere di vita che lasciai laggiù in Vietnam, sono emozioni e ricordi i miei che non conoscono il tempo,solo attimi della mia infanzia, che il destino ha cullato come vecchi carillon di giorni lontani, tra i ricami di stagione e rattoppi di vita lungo questo cammino. Ho rincorso un sogno lungo 144 stagioni... ma che lentamente si sta svelando


Nulla sarebbe stato senza l'aiuto di Dio e il vostro
Marja

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